PALAZZO DELLA CIVILTÀ ITALIANA

 

 Con l’assegnazione a Roma dell’Esposizione Universale del ’42, il regime fascista decise di approfittare dell’occasione per celebrare se stesso e la magnificenza di Roma capitale dell’Impero.

Nel 1937 l’ente costituito per la costruzione del nuovo agglomerato urbano monumentale, l’EUR 42, bandì il progetto per il Palazzo della Civiltà Italiana: la commissione esaminante presieduta dal’archietetto urbanista Marcello Piacentini, concesse l’incarico al progetto di Giovanni Guerini, Ernesto Lapadula e Mario Romano. I tre archietetti idearono un palazzo di forma cubica presentante quattro facciate caratterizzate da 77 archi ciascuna (poi ridotti a 54) rivestite interamente in travertino come segno di continuità con l’edilizia della Roma antica.
Nel luglio del ’38 presero inizio i lavori (completati solo nel 1951) e la struttura prese la forma di un parallelepipedo a base quadrata, che sulle quattro testate riporta la scritta “UN POPOLO DI POETI DI ARTISTI DI EROI DI SANTI DI PENSATORI DI SCIENZIATI DI NAVIGATORI DI TRASMIGRATORI” celebrante da gloria della Civiltà Italica.
Negli archi del piano terreno si trovano 28 statue (6 per le facciate verso viale della Civiltà del Lavoro e la scalinata, e 8 nelle altre due facciate), ciascuna di esse allegorica delle virtù del popolo italiano: in senso orario a partire dalla prima a sinistra del fronte su viale della Civiltà del Lavoro figurano le allegorie dell’eroismo, della musica, l’artigianato, il genio politico, l’ordine sociale, il lavoro, l’agricoltura, la filosofia, il commercio, l’industria, l’archeologia, l’astronomia, la storia, il genio inventivo, l’architettura, il diritto, il primato della navigazione, la scultura, la matematica, il genio del teatro, la chimica, la stampa, la medicina, la geografia, la fisica, il genio della poesia, la pittura e il genio militare. Ai quattro angoli del basamento si trovano altrettanti monumenti equestri raffiguranti i Dioscuri, opera di Publio Morbiducci e Alberto Felci.

Ora questo monumento all’intelletto Italiano viene svilito e svenduto, come tutto in questo paese, al gruppo Louis Vuitton Moët Hennessy, che tramite la controllata Fendi lo avrà in gestione per i prossimi 15 anni. O tempora, o mores!

(qui la recensione del Octomore 5 anni)

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